Ai folli di Dostoevskij
- 30 dic 2017
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I fratelli Karamazov non hanno bisogno di presentazioni, Dostoevskij nell’ultima parte della sua vita elabora un’opera tra le più complesse: non è una complessità caotica, confusionale, ma divisa, ordinata, in compartimenti separati e ben distinguibili nelle figure dei fratelli che sono rappresentazione delle sfumature del vecchio padre. Quest’ultimo un poco di buono, arricchitosi facendo strozzinaggio e dunque sulla pelle altrui, non riesce neanche nell’ultima parte della sua vita a pentirsi del male causato anche ai suoi figli.
“Nella maggior parte gli uomini, anche i malvagi, sono di un animo molto più ingenuo e più semplice di quanto in generale si creda. E così del resto siamo anche noi”. (cap. I)
Fedor Dostoevskij
Alla fine il figlio bastardo abbandonato si vendica del padre uccidendolo, la sua infanzia ricca di problemi e di povertà, priva di una guida sfoceranno in un carattere narcisista e sociopatico. Emerge così la teoria che ognuno è responsabile delle proprie azioni e di quelle esercitate dagli altri.
Dostoevskij odiava la psicologia, quando descriveva un personaggio lo faceva a due dimensioni realizzando così entità autonome, qui il teatro interviene ripristinando quell’interiorità manifestata con i gesti, le espressioni e i pensieri evoluti attraverso i monologhi.
Su queste solide basi prende vita lo spettacolo inscenato dalla Compagnia Vico Quarto Mazzini, diretta da Michele Altamura e Gabriele Paolocà, che grazie all’interpretazione di Nicola Pignataro, Pinuccio Sinisi, Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli, ha potuto realizzare uno spettacolo adattato a un’ambientazione moderna e popolare con annesso uso del dialetto barese e menzioni di tipiche specialità pugliesi il tutto senza mai mostrare cali di tensione, lo spettatore vedeva alternarsi momenti di riflessione nell’animo, tipico aspetto della narrazione dostoevskiana, accompagnato da scene umoristiche da commedia.
I personaggi soffrono per le loro azioni passate, dimenticano e al momento del ritrovamento di un indizio ritornano nella condizione iniziale in un ciclo infinito, la verità e il male passato tornano a tormentare i fratelli che saranno disposti a morire per espiare i loro peccati.
La soluzione è negata anche nella fiducia nel prossimo destinato comunque a tradirti, soprattutto nell’amore dove il “Ti amo!” suona come una debolezza, un mistico tentativo di aggrapparsi a uno scoglio per avere salva la vita.
Si prova a dimenticare, si cerca di rimuovere quel dolore o di vivere in un sogno dove il male non esiste ma le lacrime ci hanno scavato dentro e hanno innalzato come in una caverna stalagmiti e stalattiti rendendo, per chiunque vi si incammini nel sentiero della nostra anima, difficile il cammino pieno di ostacoli. Il dolore ci segna a vita!
“Il soffrire passa, l’aver sofferto non passa mai.”
Fedor Dostoevskij
Nell’idiosincrasia dei fratelli c’è una ripugnanza nei confronti dell’altro e di una verità che potrà salvarli ma solo la ricongiunzione porterà la manifestazione della verità che causerà nuovo dolore e nuova sofferenza.





















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