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In un mare di disperazione

  • 14 feb 2017
  • Tempo di lettura: 2 min

“No ch’io non temo il minaccioso flutto

per venir al tuo letto, né il sonoro

fremer del mar che mugge. Ma portato

sempre pel mar di notte umido sposo

a nuoto solcherò dell’Ellesponto

la corrente infedel”.

Ovidio, Ero e Leandro

Ma per un attimo fermatevi, datevi tregua, sedetevi e mettetevi dalla parte dello spettatore e, cosa più importante, mettete coloro che vi guardano dal basso (magari dal sud del mondo) in primo piano, guardate e sentite e capite.

Ne risulterà un viaggio tra i caratteri più appariscenti del fenomeno migrazione. La percezione che traspare da Human è plurisensoriale, mai più di così potrete toccare con mano un problema, che a detta di molti, è tra il più complicati che la nostra generazione dovrà risolvere.

Non solo la percezione sensoriale ma anche quella mentale inchiodano alla poltrona lo spettatore, percezione che tocca il suo apice nella chiusura di ogni scatch, tensione che non fa a tempo ad essere metabolizzata, subito si passa ad un’altra emozione, un altro pezzo di vita: così l’opera si mischia, interagisce con la stessa, prende forma e non riesci a distinguere il migrante dall’ospitante, figure messe sullo stesso piano orizzontale perché chi non è stato mai un migrante? chi non ha mai voluto trovare un ospitante?

La disperazione, le parole contrite, i movimenti lenti e pesanti: Human vede la sua forza in tutto questo; forza che rappresenta la perfetta debolezza dell’essere umano. La forza di una Madre di abbandonare un figlio esanime; la forza di un capitano di peschereccio di abbandonare degli esseri umani a loro destino per la pesante volontà di alzare un braccio in loro aiuto; la forza di abbandonare la propria casa sotto i bombardamenti aerei da parte di chi si dichiara alleato; la forza di rischiare la propria vita, e a volte quella della propria famiglia, per una lieve speranza , per un inafferrabile sogno: la felicità, la continua infinita ricerca della felicità.

Tutti dovremmo farci un esame di coscienza e non perché lo dico io, lo dice lo spettacolo, lo dice la tivù… tutti dovremmo prendere atto che nel solo 2016 circa 5000, cinquemila persone, sono morte nel

Mar Mediterraneo. Persone che come noi avevano un sogno e per quello hanno perso la vita - a loro è concessa solo quella – e nient’altro. Persone come noi, sogni come i nostri, stroncati. Idee che non vedranno mai la loro realizzazione, figli che non vedranno mai la luce di un giorno di pace. Mai!

Chi siamo noi per impedire questo?

Chi siamo noi per decidere chi ha diritto e chi non?

Chi siamo noi per decidere la vita o la morte di migliaia di persone.

A Human i meriti di uno spettacolo perfettibile ma con tanti pregi: un uso equo dell’illuminazione, degli spazi e degli oggetti scenici: le robe che indossano i migranti hanno una vita precedente in altre opere di Marco Baliani; a noi il compito di ragionare sui dubbi che lo spettacolo solleva e magari di riuscire a vedere un migrante per quello che è: una persona con dei sogni.

Grazie per l'attenzione,

Antonio.


 
 
 

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